domenica 31 luglio 2011

Terzo valico, la sfida delle Ferrovie "Vogliamo arrivare in Francia"

http://genova.repubblica.it/cronaca/2011/07/29/news/terzo_valico_la_sfida_delle_ferrovie_vogliamo_arrivare_in_francia-19793307/

I TRASPORTI

Terzo valico, la sfida delle Ferrovie
"Vogliamo arrivare in Francia"

L'amministratore delegato Mauro Moretti: prolunghiamo il corridoio da Genova a Vemtimiglia come farà la Francia tra Marsiglia e Nizza. Una soluzione che chiuderebbe definitivamente il caso Tav in Val Susa

DI MASSIMO MINELLA
 

SARÀ perché si è fatto attendere così a lungo, ma il terzo valico che finalmente riapre i suoi cantieri, per chiuderli solo a opera completata fra otto anni, si candida a superare i confini italiani e ad arrivare sulla costa francese. L’annuncio, a sorpresa, arriva dall’amministratore delegato delle Fs Mauro Moretti, a margine della firma del verbale di accordo fra Rfi e Cociv, ieri al ministero dei Trasporti, che mette da parte il vecchio contenzioso e consente di aprire immediatamente i cantieri. Anello iniziale della grande catena logistica che da Genova sale fino a Rotterdam, il terzo valico potrebbe infatti trovare una nuova appendice italo-francese. «Abbiamo chiesto di prolungare il Corridoio 24 da Genova a Ventimiglia, come la Francia lo ha chiesto da Marsiglia a Nizza, quindi sulla stessa linea. L’Europa alla Francia ha detto sì, mentre a noi ha detto no» ha spiegato Moretti. Si tratta di capire come si pronuncerà definitivamente Bruxelles quando a settembre si pronuncerà sulle nuove reti transeuropee. Per il momento resta ipotizzato questo scenario imprevedibile che, se realizzato, potrebbe anche indurre l’Unione Europea a riflettere sul tracciato del Corridoio 5, da anni ormai inchiodato in Val Susa per l’opposizione dei “No Tav”.

Scenari geopolitici a parte, Genova si gode la seconda “storica” firma nell’arco di ventiquattro ore. Giovedì a Roma era arrivata l’intesa sul ribaltamento a mare del cantiere di Sestri. Ieri è stata la volta del terzo valico. A sbloccare il lungo contenzioso fra Rfi e Cociv l’impegno a “coprire” dal punto di vista finanziario anche il secondo dei sei lotti costruttivi in cui è stata divisa l’opera. Sul primo, infatti, valore 720 milioni, tutto è definito da tempo. Il Cipe ha approvato e i soldi sono immediatamente spendibili. L’ultima manovra finanziaria ha fatto il resto, inserendo un fondo infrastrutture di cinque miliardi, 1,1 dei quali proprio a favore del secondo lotto costruttivo del terzo valico. Ieri, dopo la firma del verbale che consente di riaprire i cantieri, il ministro Matteoli ha annunciato che mercoledì il Cipe approverà anche questo secondo finanziamento. «Sono felice — commenta Luigi Grillo, presidente della commissione Lavori Pubblici del Senato, sostenitore del progetto fin dall’89, anno di presentazione del primo collegamento veloce Genova-Milano dell’avvocato Giuseppe Manzitti — Questa firma pone fine a una lunga battaglia fatta di attacchi, polemiche e tensioni. Ma oggi conta solo l’apertura dei cantieri. I due lotti garantiscono già per la Liguria due miliardi di euro che equivalgono a quattro anni di lavori per centinaia di persone. E su questo risultato non credo ci possano essere vincitori e vinti». «È una vittoria di tutti — chiude il deputato Pd Mario Tullo — Ora però aspettiamo che il Cipe ufficializzi anche il secondo lotto».
(29 luglio 2011)

PERCHE' NO TAV IN VAL DI SUSA

un video imperdibile...sensazionale e soprattutto per la prima volta vero...da diffondere!!

 http://www.youtube.com/watch?v=NRE3vqtOIKA


Fiori, non sassi

http://www.libreidee.org/2011/07/fiori-non-sassi-la-marea-no-tav-beffa-maroni/

Fiori, non sassi: la marea No-Tav beffa Maroni

«Maroni? Dovrebbe fare il sassofonista, non il ministro», scherza dal microfono un alpino in congedo, con in testa il cappello con la penna nera, in mezzo ai 15.000 dimostranti pacifici dell’ultima marcia No-Tav, da Giaglione a Chiomonte, il 30 luglio. Doveva essere «la giornata clou», secondo il titolare del Viminale, il “ministro della paura”: la decisiva battaglia campale in cui «fermare i violenti». Che però non si sono visti: niente sassi, ma fiori agli agenti antisommossa. «Siamo noi a decidere il da farsi, non la polizia», avverte il movimento valsusino, che incassa l’ennesimo trionfo popolare: la partecipazione era stata scoraggiata da inauditi appelli al boicottaggio da parte di media e politici, completamente ignorati. In valle di Susa hanno sfilato in massa cittadini, sindaci e anche una delegazione dall’Aquila.
«Non è questione di contestare un treno, quanto un modello fallito che impone grandi opere inutili dall’alto, sulla testa della popolazione», protesta Il corteo No-Tavuna portavoce aquilana, in marcia sui sentieri dei No-Tav: «E la lotta civile della valle di Susa ha dimostrato, ancora una volta, anche l’inadeguatezza e l’inaffidabilità dei media: il loro è stato un autentico naufragio». In effetti, giornali e televisioni si sono appiattiti sulla linea politica Pd-Pdl, a loro volta al riparo della questura e pronti a ridurre la contestazione a una faccenda di ordine pubblico, senza mai citare le ragioni della protesta e spiegare perché una valle alpina di centomila abitanti sia in campo da anni contro quella che percepisce come un’aggressione per avallare un colossale imbroglio ai danni degli italiani. Quasi-silenzio anche sulla clamorosa denuncia che 150 docenti universitari di tutta Italia hanno rivolto al presidente Napolitano con una lettera aperta, per richiamare l’attenzione del Quirinale sul caso valsusino.
La Torino-Lione sarebbe devastante per il territorio e per le disastrate finanze italiane, con 20 miliardi di euro a carico delle generazioni future. Problemi enormi, ma forse in qualche modo negoziabili, teoricamente, se almeno fosse dimostrato che la futura linea ferroviaria ad alta velocità servisse a qualcosa. Purtroppo, al contrario, tutti gli studi rivelano che il traffico merci Italia-Francia è in caduta libera: la nuova ferrovia, spacciata per “strategica” nonostante l’attuale Torino-Modane sia ormai disertata dai treni, non avrebbe alcun significato in termini di futuro economico. L’unico vantaggio evidente? Il ghiotto boccone dei cantieri per la lobby che unisce politici, costruttori e banche. Con anche l’ombra della nuova mafia, quella che ormai sfrutta la cassaforte (pubblica) delle grandi opere, per realizzare La marcia Giaglione-Chiomonte del 30 luglioinvestimenti sicuri, destinati a riciclare – senza rischio d’impresa – l’immenso tesoro del denaro sporco.
I media hanno preferito lasciarsi ipnotizzare da tre settimane di tensioni, coi No-Tav impegnati ad “assediare” gli agenti trinceratisi a Chiomonte a fine giugno dopo aver sfrattato a colpi di lacrimogeni i manifestanti asserragliati alla Maddalena, sui terreni regolarmente acquistati per opporsi legalmente all’apertura del cantiere e poi occupati dalle forze antisommossa «in modo illegittimo, senza regolari modalità di esproprio», come denunciano gli avvocati No-Tav. Una situazione esasperante, che ha spinto molti giovani a insidiare la zona rossa, in qualche caso anche col lancio di pietre e petardi in risposta ai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, che hanno provocato il ferimento di centinaia di valsusini. Ultimo “sfregio” alla sovranità popolare, alpini Taurinense e alpini No Tavl’invio degli alpini della Taurinense, cui si sono opposte almeno 300 penne nere in congedo: «Lo spirito alpino è quello di chi le valli le difende, non quello di chi le occupa facendo la guerra alla popolazione».
Se qualcuno sperava di liquidare la protesta come fenomeno teppistico, il 30 luglio è stato beffato: come quando scesero a Torino in ventimila per la fiaccolata di metà luglio, i No-Tav hanno scelto di spiazzare ancora una volta gli avversari politici, a cui in fondo la violenza fa comodo, perché spaventa l’opinione pubblica disinformata e consente di non parlare mai della “truffa della Torino-Lione”. Per evitare ulteriori equivoci, i No-Tav si sono ora dotati di un servizio d’ordine per isolare quelle che i giornali chiamano “frange violente”, nutrite di “black bloc”: dopo la pausa di agosto, a settembre la battaglia civile ripartirà dal “presidio” della centrale elettrica di Chiomonte. «Maroni, il Pd e gli altri si rassegnino: noi non molleremo, continueremo fino alla vittoria finale. Spiegheremo al Paese quale imbroglio si sta cercando di imporre con la forza: non solo alla valle di Susa, ma a tutti i contribuenti italiani».

sabato 30 luglio 2011

Ferrentino on air

Ferrentino......sbugiardato dal Movimento, ancora una volta!!!


http://primaradio.it/notiziari/antonio%20ferrentino%20sindaco%20santantonino%20di%20susa%20su%20movimento%20notav.mp3

... nemmeno il coraggio di ribadire No Tav!!!

Islanda chiama Italia

http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=12564&catid=39&Itemid=68

LA RIVOLUZIONE ISLANDESE

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

E' in corso da due anni una rivoluzione in Europa, ma nessuno ne parla: breve resoconto della rivolta anticrisi islandese.

Recentemente la rivolta in Tunisia si è conclusa con la fuga del tiranno Ben Alì, così democratico per l'occidente fino all'altroieri e alunno esemplare del Fondo monetario internazionale.

Tuttavia, un altra "rivoluzione" che ormai è in corso da due anni è stata completamente taciuta e nascosta dai media mainstream internazionali ed europei.

È accaduto nella stessa Europa, in un paese con la democrazia probabilmente più antica del mondo, le cui origini vanno indietro all'anno 930 e che ha occupato il primo posto nel rapporto del ONU sull'indice dello sviluppo umano di 2007/2008. Indovinate di quale paese si tratta? Sono sicuro che la maggioranza non ne ha idea.

Si tratta dell'Islanda, dove si è fatto dapprima dimettere il governo in carica al completo, poi si è passato alla nazionalizzazione delle principali banche, infine si è deciso di non pagare i debiti che queste avevano contratto con la Gran Bretagna e l'Olanda a causa della loro ignobile politica finanziaria; infine si è passati alla costituzione di un'assemblea popolare per riscrivere la propria costituzione.

Tutto questo avviene attraverso una vera e propria rivoluzione, seppur senza spargimenti di sangue ma semplicemente a colpi di casseruole, con le proteste e le urle in piazza e con lanci di uova, una rivoluzione contro il potere politico-finanziario neoliberista che aveva condotto il paese nella grave crisi finanziaria.

Non se ne è parlato dalle nostre parti, se non molto superficialmente, a differenza delle rivolte in altre latitudini discorsive (la Sicilia meridionale è più a sud di Tripoli, eppure la remota Islanda, più vicina al polo nord che all'Italia è percepita come parte della "Moderna" Europa).

Il motivo è semplicemente il terrore, per lor signori, democratici o conservatori che siano, della riproducibilità e l'estensione di quelle lotte.

Che cosa accadrebbe se il resto dei cittadini europei seguisse l'esempio islandese?

Brevemente, la storia dei fatti:

Alla fine di 2008, gli effetti della crisi nell'economia islandese sono devastanti. A ottobre Landsbanki, la banca principale del paese, è nazionalizzata.

Il governo britannico congela tutti i beni della sua filiale IceSave, con 300.000 clienti britannici e 910 milione euro investiti dagli enti locali e dalle organizzazioni pubbliche del Regno Unito. Alla Landsbanki seguiranno le altre due banche principali, la Kaupthing e il Glitnir. I loro clienti principali sono in quei paesi e in Olanda, clienti ai quali i loro rispettivi stati devono rimborsare i depositi bancari, all'incirca 3.700 milioni di euro di soldi pubblici.

L'insieme dei debiti per le attività bancarie dell'Islanda è equivalente a varie volte il suo PIL.

Da un lato, la valuta sprofonda ed il mercato azionario sospende la relativa attività dopo un crollo del 76%.

Il paese è alla bancarotta.

Il governo chiede ufficialmente aiuto al Fondo monetario internazionale che approva un prestito di 2.100 milioni dollari, accompagnato da altri 2.500 milioni da parte di alcuni paesi nordici.

Le proteste dei cittadini davanti al Parlamento a Reykjavik aumentano.

Il 23 gennaio 2009 si convocano le elezioni anticipate e tre giorni dopo, i cacerolad@s sono di nuovo in piazza in migliaia e impongono le dimissioni del primo ministro, il conservatore Haarden e di tutto il suo governo in blocco.

È il primo governo vittima della crisi finanziaria mondiale.

Il 25 aprile ci sono le elezioni generali vinte da una coalizione socialdemocratica e dal movimento della sinistra-verde guidate dalla nuova prima ministra Jóhanna Sigurðardóttir.

Nel 2009 la situazione economica resta devastata con il crollo del PIL del 7%..

Sulla base di una legge ampiamente discussa nel Parlamento, viene stabilito il pagamento dei debiti in Gran Bretagna e in Olanda attraverso 3.500 milioni di euro che tutte le famiglie islandesi avrebbero dovuto pagare attraverso una tassazione del 5,5% per i prossimi 15 anni.

Gli islandesi tornano a manifestare nelle strade per rivendicare un referendum popolare per la promulgazione della legge.

Nel gennaio 2010 il presidente, Ólafur Ragnar Grímsson, rifiuta di ratificare la legge e indice la consultazione popolare: in marzo il referendum con il 93% di NO al pagamento del debito.

La rivoluzione islandese vince. Il fondo monetario internazionale congela l'aiuto economico all'Islanda nella speranza di imporre in questo modo il pagamento dei debiti.

A questo punto il governo apre un'inchiesta per individuare e perseguire penalmente i responsabili della crisi.

Arrivano i primi mandati di cattura e gli arresti per banchieri e top-manager.

L'Interpool spicca un ordine internazionale di arresto contro l'ex presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson.

Nel pieno della crisi, a novembre, si elegge un'assemblea costituente per preparare una nuova costituzione che, sulla base della lezione della crisi, sostituisce quella in vigore. Si decreta il potere popolare.

Vengono eletti 25 cittadini, senza alcun collegamento politico, tra le 522 candidature popolari, per le quali era necessario soltanto la maggiore età e il supporto sottoscritto di 30 cittadini.

L'assemblea costituzionale avvierà i suoi lavori nel febbraio del 2011 e presenterà a breve un progetto costituzionale sulla base delle raccomandazioni deliberate dalle diverse assemblee che si stanno svolgendo in tutto il paese. Tale progetto costituzionale dovrà poi essere approvato dall'attuale parlamento e da quello che sarà eletto alle prossime elezioni legislative.

Inoltre, l'altro strumento "rivoluzionario" sul quale si stà lavorando è l' "Icelandic Modern Media Initiative", un progetto finalizzato alla costruzione di una cornice legale per la protezione della libertà di informazione e dell'espressione.

L'obiettivo è fare del paese un rifugio sicuro per il giornalismo investigativo e la libertà di informazione, un "paradiso legale" per le fonti, i giornalisti e gli internet provider che divulgano informazioni giornalistiche: Un inferno per gli Stati Uniti ed un paradiso per Wikileaks.

Questa in breve la storia della rivoluzione islandese: dimissioni in blocco del governo, nazionalizzazione delle banche, referendum e consultazione popolare, arresto e persecuzione dei responsabili della crisi, riscritura della costituzione, esaltazione della libertà di informazione e di espressione.

Ne hanno parlato i mass media europei?

Ne hanno parlato i vari talk-show televisivi, i giornali di destra o di sinistra?

Nel nostro paese, come in tanti altri paesi occidentali, si cerca di superare la crisi attraverso un processo di socializzazione delle perdite con i tagli sociali e la precarizzazione dilagante.

Quando si inizia a parlare della rivolta islandese si tende a decostruire la potenza costituente della rivolta , minimizzando e relativizzando la sua porta, per il timore del contagio: e dunque l'Islanda è una piccola isola di soltanto 300.000 abitanti, con un complesso economico ed amministrativo molto meno complesso di quello dei grandi paesi europei, ragione per la quale è più facile da organizzare in se cambiamenti così radicali.

Insomma, in questo caso e da questa prospettiva è difficile impiantare l'ordine discorsivo "orientalistico" del sottosviluppo con il quale vengono liquidate le cosiddette "rivoluzioni modernizzatrici" del maghreb.

Parliamo comunque della "civile Europa".

La stessa "civile Europa" alla quale tentano di aggrapparsi i tecnocrati islandesi più realisti del re: la soluzione ai mali dell'Islanda, la crisi islandese, è a loro dire il prodotto dell'isolazionismo economico e da mesi continuano a parlare e accellerare sull'adesione all'Unione Europea come antidoto contro la devastazione neoliberista.

Confondono ancora una volta la cura con la malattia.

E quindi vogliono stringere su questo tema, così come allo stesso modo l'Europa vuole riprendere sotto le sue ali protettive la ribelle Islanda, per strangolarla dolcemente e senza traumi attraverso i suoi diktat, i suoi vincoli e i suoi patti di stabilità. Ma il popolo islandese ha già dimostrato di non lasciarsi facilmente abbindolare.

FONTE: Facebook, pubblicata da Francesco Caruso il giorno martedì 8 marzo 2011 alle ore 19.46

giovedì 28 luglio 2011

comunicato stampa liste civiche

Su La Stampa del 27/07/2011, Antonio Ferrentino accusa gli Amministratori delle Liste civiche di rimanere il silenzio e di non schierarsi contro la violenza. Accusa anche il Presidente della Comunità Montana di fare come Ponzio Pilato senza assumersi le responsabilità delle derive violente e dice che nel 2005 (quando lui era alla guida della Comunità Montana bassa valle di Susa) nulla di tutto ciò accadeva. Premesso che la situazione è radicalmente diversa e che il confronto/analisi dei due momenti storici (2005 e 2011) richiederebbe ampio spazio che non può essere oggetto della presente, ci permettiamo solo di ricordare, al nostro, che l’8 dicembre 2005 (quando lui, con altri, era alla testa del corteo “pacifico” furono abbattute tutte le recinzioni del cantiere di Venaus e furono irreparabilmente danneggiati alcuni camper all’interno del recinto. Pressoché tutti gli amministratori (ma anche la quasi totalità dei manifestanti) condannarono il danneggiamento ai camper ma invasero le aree e si compiacquero delle recinzioni abbattute. Oggi noi continuiamo a dire che quel cantiere era illegittimo, come lo è il fortino che recinta il museo della Maddalena (non esiste il cantiere del cunicolo), ma che questo non giustifica la violenza. Abbiamo stigmatizzato (e continuiamo a farlo) ogni forma di violenza che va dal lancio di pietre al lancio dei lacrimogeni -in particolare quelli sparati ad altezza d’uomo-, dall’incendio del camper no tav a quello dei mezzi meccanici delle imprese, ma anche all’incendio dei presidi o al danneggiamento a tappeto di tutte le tende presenti nei giorni dello sgombero. Tutte le volte che ci è stato possibile siamo stati fisicamente presenti, così come i legali ed i medici, per dare il nostro contributo affinché le manifestazioni e le proteste si svolgessero in forma non violenta, anche se determinata. Le diverse fiaccolate, la manifestazione del 3-7 con oltre 70.000 persone ne sono la testimonianza. In altri casi non ci siamo riusciti, o non eravamo presenti, ma vogliamo qui denunciare, pubblicamente, l’informazione distorta confezionata in questi ultimi mesi dalla quasi totalità degli operatori televisivi e dai quotidiani torinesi e non. Informazione distorta assecondata senza verifiche e senza riscontri da continue ed esagerate dichiarazioni dei politici torinesi, dei rappresentanti del Comune di Torino, della Provincia e della Regione oltreché del Governo. Crediamo quindi che, in una situazione di preponderante disparità di forze e di mezzi, la responsabilità dell’accentuazione dei momenti di tensione (che preoccupano grandemente anche noi) ricada sul Governo e sui politici e rappresentanti precitati che hanno voluto trasformare tutta la questione TAV in valle in una mera questione di ordine pubblico. Non è una questione di ordine pubblico e le ragioni di chi è contrario all’opera sono ampie e motivate e mirano a tutelare la valle ma anche l’economia italiana ed i servizi al cittadino. Per questo motivo crediamo giusto continuare nella nostro lavoro di amministratori delle liste civiche (quindi al di fuori della “casta” ) mettendo in atto ogni iniziativa amministrativa e legale per contrastare quest’opera inutile e dannosa ed anche partecipando (con lo spirito e gli intenti precitati) a manifestazioni non organizzate da noi.
Coordinamento liste civiche  27-7-2011

L’era della penuria

http://www.libreidee.org/2011/07/lera-della-penuria-stop-allexport-guerra-delle-risorse/


L’era della penuria: stop all’export, guerra delle risorse



Piccolo ma significativo esempio di come le notizie importanti non vengono date o, quando vengono date, sono nascoste in modo che non si vedano. Per esempio non mi risulta che alcun giornale italiano, per non parlare dei telegiornali, abbia dato rilievo alle cose che seguono. Recentemente il Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio – uno dei tre membri della sacra autorità del Consenso Washingtoniano, insieme al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale – ha pubblicato un rapporto speciale il cui titolo tecnico è apparentemente anodino e concerne le restrizioni alle esportazioni.
Da questo emerge che ben 30 nuove restrizioni sono sorte, in diversi paesi, che impediscono o limitano l’esportazione di determinate materie prime. E terrerarecinasi tratta di materie prime in quasi tutti i casi cruciali: generi alimentari, carbone, minerali di ferro, terre rare. Le cifre dicono che tra ottobre 2010 e aprile 2011 i casi sono arrivati a 30 e si va da aumenti delle tasse di esportazione, fissazioni di prezzi fuori mercato, limitazioni di quote, veri e propri divieti completi. Protagonisti in questa svolta sono la Cina, l’India, il Vietnam l’Indonesia. Ma anche gli Stati Uniti praticano questi metodi avendo imposto restrizioni su una decina di materie prime che ritengono strategiche.
Il punto è proprio questo. Che queste limitazioni non rispondono a criteri economici di corto respiro e sono invece, in molti casi, frutto di considerazioni strategiche. La Cina, ad esempio, controlla circa il 97% delle esportazioni mondiali di terre rare (che sono un elenco di materie prime tutte variamente collegate alla produzione di raffinate tecnologie della comunicazione). Ovvio che, trovandosi in una posizione quasi monopolistica, la Cina sia in condizione di imporre i suoi prezzi. Cosa che ha fatto tranquillamente fino all’anno scorso. Ma da due anni la Cina non sembrava interessata a guadagnare, anche dilapidando le sue risorse Ihtpreziose. Adesso se le vuole tenere.
Il perchè è presto detto, ma nemmeno uno dei pochissimi giornali del mondo che ha commentato la notizia, l’International Herald Tribune (Iht, 21 luglio), è stato capace di spiegarlo propriamente. In un breve articolo in pagine interne si è limitato a individuare l’egoismo dei paesi del terzo mondo. Ma con spiegazioni di questo tipo non si va lontano. Perchè oggi, improvvisamente? È cominciata l’epoca della penuria. Per generi di consumo generale, come il petrolio, il “picco” è già stato raggiunto da almeno quattro anni (cioè se ne produce sempre meno e se ne produrrà sempre meno), ma nessuno lo dice per evitare il panico e il contingentamento. Delle terre rare nessuno parla Giulietto Chiesaperchè quasi nessuno sa cosa sono e a che cosa servono.
Ma i governanti di Pechino, come è bene non stancarsi di dire, guardano lontano. E cominciano a preferire di risparmiare piuttosto che guadagnare vendendo, perchè quando non ce ne sarà più sarà molto più difficile crescere. Ecco il punto: è cominciata, in sordina per ora, la guerra delle risorse. Basta capirlo per prevedere che alle piccole onde attuali seguiranno i marosi nei prossimi anni. Il signor Patra, capo della società indiana “Terre Rare” – citato appunto da Iht – dice: «Per molto tempo l’Occidente ha preso le risorse naturali a basso prezzo dall’Est. In futuro non sarà più così». Perentorio e soprattutto vero. A quelli che, ignorando i sintomi del problema, continuano a biascicare le giaculatorie della crescita, queste notizie bisognerebbe squadernargliele davanti al naso. Ma chi investirebbe se sapesse come stanno davvero le cose?
(Giulietto Chiesa, “Stop export: verso la guerra delle risorse”, da “Megachip” del 26 luglio 2011).

pennivendoli



http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/07/pennivendoli.html


mercoledì 27 luglio 2011

Pennivendoli

Marco Cedolin
Fra il paese reale, vissuto sulla strada e raccontato in rete, ed il paese virtuale, vissuto in poltrona e raccontato da giornali e TV, la distanza si è fatta ormai abissale, fino al punto da arrivare a costituire due universi antitetici privi di contatto fra loro.
Tutti coloro che non hanno la capacità, il tempo o la voglia di attingere da internet il proprio bagaglio informativo, e costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione, restano relegati in un mondo virtuale, costruito ad hoc per emarginarli dalla realtà e veicolato presso l'opinione pubblica da pennivendoli e mezzibusti TV, deputati a rendere credibile un mondo di fantasia che non esiste.
La conseguenza più evidente di questo stato di cose è costituita da una manipolazione sempre più profonda dell'opnione pubblica, condotta al guinzaglio laddove chi tira le fila dell'informazione intende portarla.
Per meglio leggere le dinamiche di questo processo, proviamo a rifarci ad una serie di avvenimenti di questi ultimi giorni che riguardano la lotta contro il TAV in Valsusa, in merito ai quali conosciamo nel dettaglio la realtà dei fatti, avendola vissuta in prima persona. Con la premessa che gli accadimenti in oggetto e la loro rappresentazione filmica nel mondo di fantasia, non costituiscono un'anomalia, ma al contrario rappresentano lo specchio fedele di quanto avviene sistematicamente in ogni angolo d'Italia, in merito alle questioni più svariate.
Dopo un paio di settimane durante le quali pennivendoli di ogni risma e colore hanno dispensato menzogne a pioggia in merito alla manifestazione svoltasi a Chiomonte il 3 luglio, animando di fittizia vita ectoplasmatici black block ed incensando la correttezza delle forze dell'ordine, impegnate (mai viste dai reporter) a gasare cittadini inermi e sparare lacrimogeni ad altezza uomo in faccia al malcapitato di turno, si diffonde in rete un filmato ........

che mostra il reale volto dei poliziotti e carabinieri presenti a Chiomonte, impegnati a scalciare e sprangare un manifestante che giace inerme a terra, a lanciare pietre sulla testa dei contestatori e distruggere con le ruspe ciò che resta di un antico sito archeologico megalitico.
Posti di fronte all'evidenza delle immagini che stanno spopolando in rete, alcuni telegiornali (LA7 e TG3 in primis) tentano di salvare in corner il mondo virtuale costruito a tavolino, mandando in onda qualche pillola del filmato stesso, insieme a commenti di varia natura che deplorano l'accaduto, ma giustificano i poliziotti che avrebbero "solamente" lanciato le pietre che in precedenza erano state lanciate loro. Giustificazioni, oltretutto non corrispondenti a verità, talmente deliranti da bastare per qualificare il mezzobusto di turno.

Durante la settimana che va dal 18 al 23 luglio, le forze dell'ordine lanciano sistematicamente a più riprese, spesso senza motivazione alcuna, lacrimogeni al cs sulle tende del campeggio NO TAV, intossicando le persone che dormono, fra le quali alcuni bambini. Il tutto nonostante le tende si trovino ad oltre 500 metri dalla recinzione, dove eventualmente potrebbe rendersi necessario fronteggiare la presenza di manifestanti. La notte del 21, mentre sul ponte di fronte alla recenzione si sta svolgendo il ballo liscio, le forze dell'ordine aprono improvvisamente gli idranti su suonatori e ballerini, distruggendo strumenti e amplificatori, senza che esistessero motivazioni per un'azione di questo genere che prescindessero dalla qualità dello spettacolo forse non degno di "Amici".
Pennivendoli e mezzibusti fingono d'ignorare tutto ciò che accade nel corso della settimana, limitandosi a stigmatizzare i manifestanti che attaccherebbero sistematicamente le recinzioni e relegando i bambini intossicati nel novero delle realtà che in quanto scomode devono essere sottaciute.

Domenica 24 luglio continua l'assedio alle recinzioni, nel corso del quale viene divelto un cancello. La reazione delle forze dell'ordine è a dir poco brutale, idranti e lacrimogeni vengono usati senza parsimonia. Un ragazzo che sta documentando l'accaduto con la macchina fotografica viene colpito in piena faccia da un lacrimogeno lanciato ad altezza uomo che gli devasta il volto, mentre le tende del campeggio subiscono l'ennesima irrorazione di gas venefico.
Pennivendoli e mezzibusti TV si guardano bene dal descrivere l'accaduto, non fanno menzione del giovane che sta rischiando la vita in ospedale e del gas dispensato ai campeggiatori, ma copiano diligentemente le veline portate in dono dalla questura che parlano di facinorosi ed anarchici che avrebbero ferito lievemente 5 poliziotti. Improvvisamente però si ricordano dei bambini gasati, ma solo per imbastire accuse da denuncia nei confronti dei NO TAV, colpevoli secondo la fantasia visionaria dei giornalisti da cortile di averli usati come scudi umani. In tutta evidenza nell'odierna Val di Susistan, anche certo "giornalismo" sta iniziando ad applicare i metodi già sperimentati in altre parti del mondo.

La notte del 24 luglio alcuni camion vengono dati alle fiamme all'interno della ditta Italcoge cui è appaltata la costruzione del cantiere. Nonostante si tratti di un'azione facilmente riconducibile ad eventuali lotte intestine fra clan (anche in virtù del curriculum della stessa Italcoge) i pennivendoli si scagliano subito contro i NO TAV che in 20 anni di lotta gli incendi li hanno sempre subiti, ad iniziare da quelli dei presidi, per finire con camper e roulottes posteggiati al momento del rogo nei terreni presidiati dalle forze dell'ordine, in tutta evidenza in quel frangente assai disattente.

La mattina del 25 va a fuoco a Roma la stazione ferroviaria Tiburtina, in corso di ristrutturazione per diventare scalo di riferimento del TAV. Anche in questo caso molta stampa, con in testa il Giornale, costruisce titoli in prima pagina che lasciano intuire un eventuale coinvolgimento del movimento NO TAV, in quello che viene ventilato possa essere un attentato. Solamente quando con il passare delle ore diventa evidente come la causa del rogo alligni in un guasto tecnico o sia da imputare al furto di rame, i titoli online vengono modificati o ammorbiditi, dopo avere ormai ottenuto l'effetto voluto presso l'opinione pubblica.

La mattina del 26 un gruppo di manifestanti NO TAV si dispone a presidio della ditta Italcoge, senza bloccare i dipendenti che escono per andare al cantiere della Maddalena, ma limitandosi a distribuire loro volantini informativi. I manifestanti, sotto lo sguardo dei carabinieri, issano una bandiera NO TAV sul pennone, accanto a quella italiana e si recano al mercato di Susa, per mettere in mostra i prodotti tipici locali, consistenti in candelotti lacrimogeni al cs di ogni sorta e modello, raccolti nei boschi, dove hanno ormai sostituito i funghi per la gioia dei valligiani, con l'aggiunta di qualche proiettile di gomma (ne abbiamo raccolti un paio anche noi) di quelli che le forze dell'ordine hanno sempre negato risolutamente di avere sparato.
Pennivendoli e mezzibusti TV stravolgono completamente la realtà, raccontando quello che non è mai accaduto. Operai bloccati dai manifestanti ed impossibilitati a recarsi a lavorare (ammesso e non concesso che la devastazione ambientale sia azione identificabile come lavoro) e "cattivi" NO TAV poco patrioti che avrebbero tolto la bandiera italiana per sostituirla con quella con il treno crociato.

Occorre fare molta attenzione, perchè se pennivendoli prezzolati, giornalisti d'accatto e disinformatori di professione, continueranno a fare il loro sporco lavoro con la solerzia che gli è propria, imbonendo il "popolo bue" ormai deprivato di spina dorsale e disposto a bere qualsiasi amenità gli venga proposta, in breve tempo della realtà non resterà più traccia. E ci ritroveremo tutti a vivere all'interno di un gigantesco Truman Show, dove ogni volta che ci bastonano saremo costretti a ringraziare con il sorriso sulle labbra.

mercoledì 27 luglio 2011

...date la caccia ai politici ladri, non ai No-Tav

http://www.libreidee.org/2011/07/travaglio-date-la-caccia-ai-politici-ladri-non-ai-no-tav/


Travaglio: date la caccia ai politici ladri, non ai No-Tav

Ci siamo arrivati come ci siamo detti per anni, e cioè al tracollo ormai visibile anche della Seconda Repubblica, che muore dello stesso virus che si era portato via la prima: l’illegalità, la corruzione e le collusioni con il malaffare finanziario e mafioso. E’ curioso che quelle forze dell’ordine che dovrebbero essere mandate a rastrellare il Parlamento, colmo di inquisiti e di condannati, vengano mandate invece a picchiare la gente che si oppone alla costruzione di una di delle grandi opere che forse è l’ultimo cascame degli anni ‘80, della stagione delle opere faraoniche dello sperpero di denaro pubblico e della corruzione sottostante che è il Tav Torino-Lione.
In Parlamento ci sono fissi ormai da 3, 4 legislature un centinaio tra imputati e indagati e dai 20 ai 30 condannati definitivi, c’è un parlamentare su 10 che Filippo Penatiha seri guai con la giustizia: se il Parlamento fosse lo specchio del paese, significherebbe che su 60 milioni di abitanti, 6 milioni di abitanti sono sotto processo o sono già stati condannati, una cosa semplicemente impensabile; quindi il Parlamento non è lo specchio del paese, il Parlamento è molto peggio del paese, anche se il paese non scherza! Vedete con quali arzigogoli in questi giorni si cerca di giustificare quello che sta accadendo, questa escalation, questa accelerazione di indagini su tangenti, mafie, appalti truccati, si cerca di raccontare la vicenda a prescindere dalle tangenti: perché questo è il modo che si è usato per raccontare anche la storia di Tangentopoli dopo qualche mese dall’entrata al governo di Berlusconi nel 1994.
Si cominciò a dire che Tangentopoli non era scoppiata perché i politici rubavano, ma perché i magistrati avevano dichiarato guerra ai politici. E sono più o meno vent’anni che ci raccontano questa favoletta della guerra tra politica e magistratura, per non dover ammettere che le indagini sui politici che rubano e che mafiano nascono perché ci sono molti politici che rubano e che mafiano. E sono molti di più i politici che rubano e che mafiano rispetto a quelli che vengono indagati, perché ovviamente su reati nati da associazioni per delinquere così omertose e così impenetrabili quali sono sia Piero Fassinoil sistema della corruzione, sia il sistema delle mafie, è molto difficile scoprire le prove, scoprire le notizie di reato.
Da un lato si sono colpiti i pentiti con la riforma Fassino-Napolitano che praticamente li ha aboliti per legge, rendendo non più conveniente per un mafioso collaborare con la giustizia,  obbligando i mafiosi che collaborano a raccontare tutto entro 6 mesi, dopodiché qualunque cosa dicono non vale più. Lo stesso si è fatto per i “pentiti” dei reati di Tangentopoli con la riforma dell’articolo 513 del Codice di procedura penale, altra porcheria votata dal centro-sinistra quando era maggioranza con la complicità del centro-destra, poi dichiarata incostituzionale e poi addirittura trasformata in legge costituzionale e infilata all’articolo 111 della Costituzione: si è stabilito che quando io, complice di una tangente, accuso l’altro mio complice, non basta che lo dica davanti al Pm, lo devo ripetere davanti alle Tribunale e se non la vado a ripetere, la persona che ho accusato viene assolta per insufficienza di prove perché quello che ho detto davanti al pm, sia che sia vero, sia che sia falso, viene cestinato, non può più essere preso in considerazione dal giudice.

Così hanno tappato la bocca ai complici che avrebbero potuto accusarli, dopodiché hanno cominciato una tale campagna contro le intercettazioni, per cui adesso si è creato un clima politico bipartisan per il quale non solo a destra, ma anche a sinistra si sostiene quasi unanimemente che le intercettazioni devono essere limitate, ridotte, ridimensionate, anche se le usiamo in casi semplicemente eccezionali, basti pensare che le persone intercettate in Italia ogni anno sono 6 mila, su 60 milioni di abitanti, lo 0,001%. Ancora l’altro giorno il Capo dello Stato, in base a non si sa quali dati, sosteneva che bisogna ridurre le intercettazioni, limitarle ai minimi Alfonso Papacasi indispensabili, il che peraltro è già previsto dalla legge, anche se lui probabilmente non lo sa.
L’altro giorno nella stessa giornata si è votato alla Camera, pro o contro la richiesta di poter eseguire l’arresto nei confronti dell’onorevole Alfonso Papa e al Senato si è votato sulla richiesta del Gip di Bari di poter eseguire la cattura del senatore del Pd Alberto Tedesco: Papa accusato di favoreggiamento e rivelazione di segreti e corruzione, Tedesco accusato di concussione, corruzione, abuso, falso e turbativa d’asta. Voto segreto: alla Camera Papa viene arrestato, al Senato invece – grazie ai soliti mascalzoni che si nascondono dietro l’anonimato del voto segreto – è stato salvato Tedesco che continuerà tranquillamente a scorrazzare a Palazzo Madama.
Nei prossimi giorni si esaminerà alla Camera la richiesta di autorizzare la cattura di Milanese, ex finanziere della Guardia di Finanza, diventato poi braccio destro di Tremonti, la vera potenza del ministero dell’economia, quello che faceva le nomine e teneva i rapporti con una delle due bande ai vertici della Guardia di Finanza, perché l’altra banda era invece considerata vicina al Cavaliere e quindi c’erano gli ufficiali vicini a Tremonti e a Milanese e gli ufficiali vicini al Cavaliere e alla sua azienda. Milanese è accusato di essersi fatto corrompere per anni, aveva un tenore di vita che gli permetteva di pagare ogni mese l’affitto di un mega-appartamento nel Marco Milanesecentro di Roma dove abitava senza pagare Tremonti, che evidentemente gli doveva molto, ragion per cui chiudeva non un occhio.
Pensate che in anni passati furono salvati persino candidati all’arresto per mafia come Giancarlo Cito, poi condannato per i suoi rapporti con il clan della Sacra Corona Unita, come Marcello Dell’Utri, poi condannato per false fatturazioni, frode fiscale in via definitiva e in Parlamento e in secondo grado per associazione per delinquere di stampo mafioso in concorso esterno. Voi vi rendete conto che forse Papa non è il peggiore dei parlamentari degli ultimi 65 anni, eppure per lui è stata data l’autorizzazione all’arresto, perché? Evidentemente perché la politica in questo momento si sente detestata dall’opinione pubblica e sta cercando, nel suo impazzimento terminale, di dare qualche segnale in controtendenza, visto che la rabbia contro la Casta monta.
Se credono di salvarsi la faccia autorizzando l’arresto di Papa e ricominciando a fare i loro porci comodi, naturalmente si sbagliano, anche perché lo stesso giorno il voto per l’arresto di Papa veniva neutralizzato dal voto l’arresto di Tedesco, che se è possibile è accusato di cose ancora peggiori rispetto a Papa. A contorno sappiamo che a Milano c’è un’indagine clamorosa sull’enorme buco dell’ospedale San Raffaele, ospedale del prete simoniaco che si chiama Don Verzè e che da 40 anni tiene il sacco a Berlusconi fino a quando lo aiutò a far spostare le rotte aeree da Milano 2 Saverio Romanocon la scusa che bisognava costruire l’ospedale nel bel mezzo della città satellite.
C’è un il ministro Saverio Romano imputato per mafia che non si dimette, c’è la Procura di Roma che indaga su Finmeccanica e sulla P3 e sugli amici di D’Alema nello scandalo Enac, la Procura di Napoli ha indagini di altissimo livello e quella di Palermo sta indagando su parlamentari ipoteticamente corrotti con i soldi di Don Vito Ciancimino, pizzini, Romano e Cuffaro. Questa è la maggioranza, che naturalmente ha non soltanto i suoi esponenti inquisiti, a cominciare dal capo del governo, ma ha i suoi principali esponenti che o sono inquisiti in proprio, oppure hanno il loro braccio destro, il loro prestanome indagati: Tremonti operava per le mani di Milanese, Gianni Letta per le mani di Bisignani, inchiesta P4 anche questa davanti alla Procura di Napoli. Il problema è quello che c’è dall’altra parte: in una situazione come questa, è ovvio che le opposizioni ci dovrebbero sguazzare, praterie per correre a guadagnare consensi, invece dall’altra parte, come al solito, c’è chi riesce a pareggiare il conto, c’è chi riesce – se non a fare pari e patta – almeno a far dire alla gente che se Atene piange, Sparta non ride.
Perché non bastando gli scandali dei finanziatori della fondazione di D’Alema italiani e europei che prendevano e pagavano tangenti come abbiamo raccontato due settimane fa, adesso riesplode una Tangentopoli a Milano tutta rossa, nella vecchia Stalingrado del nord che era Sesto San Giovanni, Comune operaio, comune rosso, popolato da tanta brava gente che lavora e che ha sempre votato a sinistra e che ha avuto come Sindaco in passato Filippo Penati, il quale poi ha fatto carriera, è diventato per una legislatura presidente della Provincia di Milano. Due anni fa, quando Bersani ha preso in mano la segreteria del Pd, Penati è diventato il braccio destro ufficiale di Bersani, capo della segreteria politica del segretario nazionale. Dopo avere Massimo D'Alemaperso le provinciali e quindi avere mancato la riconferma come presidente della Provincia, Penati quest’anno è stato premiato come tutti i trombati, con una bella candidatura alla Regione.
Penati è indagato dalla Procura di Monza per concussione, corruzione e finanziamento illecito, è accusato di avere costretto degli imprenditori a pagargli tangenti con la minaccia di non farli lavorare, cioè di rovinarli, e ci sono degli imprenditori che lo hanno pagato anche senza essere costretti; finanziamento illecito vuole dire che almeno una parte di quei soldi li ha destinati al suo partito, che fino al 2008 si chiamava Ds e dal 2008 si chiama Pd. E’ la prima indagine che coinvolge direttamente il PD per essersi finanziato illecitamente. Otto miliardi in dieci anni il totale dei soldi che Pasini avrebbe dato a Penati e al Pd ex Ds, poi c’è Di Caterina il quale dice di avere pagato ratealmente, mensilmente, a volte 100, a volte 20 milioni di lire. Ma non solo.
Adesso salta fuori un altro nome, molto rinomato fin dai tempi di Tangentopoli: Bruno Binasco, che era il braccio destro, l’uomo ombra di Marcellino Gavio, defunto l’anno scorso, costruttore, uno dei più grossi proprietari di autostrade in Italia. Binasco entrava e usciva di galera nel 1992/1993, poi è stato processato una miriade di volte per una miriade di tangenti, la gran parte delle volte si è salvato per prescrizione, qualche volta è stato anche condannato in via definitiva, una volta è stato condannato insieme a Primo Greganti per avere finanziato Greganti con una finta caparra Bruno Binasconon tornata indietro, allo scopo, scrivono i giudici di Tortona, di finanziare illegalmente l’allora Pci-Pds.
Adesso questo signore che è il plenipotenziario del gruppo Gavio ritorna fuori, come possibile finanziatore ancora una volta di Penati. E questo in tempi molto recenti, tra il 2008 e il 2010, con un meccanismo che spiegano bene Ferrarella e Guastella sul “Corriere della Sera”: una tangente (presunta, naturalmente) di 2 milioni di euro, concordata nel 2008 e pagata nel 2010; nel 2008 Penati era presidente della Provincia di Milano e nel 2010 era diventato il capo della segreteria di Bersani. Cosa hanno fatto? Hanno finto la vendita di un immobile di proprietà dell’imprenditore Di Caterina al gruppo Gavio retto da Binasco.
Per i preliminari dell’acquisto, della cessione del suo immobile a Binasco, Di Caterina ha avuto una caparra enorme, di 2 milioni di Euro. Poi, dopo due anni, Binasco ha rinunciato all’acquisto di quell’immobile ma gli ha lasciato la caparra. Secondo l’accusa erano già d’accordo fin dall’inizio che l’acquisto era falso e che quindi la caparra sarebbe rimasta a Di Caterina, e così hanno giustificato un esborso da Binasco a Di Caterina. Perché questo? Perché Binasco doveva finanziare, questa è l’ipotesi d’accusa, il Pd e Penati; Di Caterina avanzava un sacco di soldi che aveva anticipato al Pd e a Penati e allora cosa hanno fatto? La triangolazione: Binasco deve finanziare Penati, Di Caterina avanza dei soldi da Penati, Binasco li dà direttamente a Di Caterina e Penati ha estinto il suo debito avendo ricevuto soldi prima da Di Caterina. Marcellino GavioQuesta è l’ipotesi di accusa: la triangolazione per camuffare una tangente da caparra.
Credete che questi costruttori facciano questa versamenti importanti in periodi di crisi per la bella faccia dei politici? Ovviamente no: in cambio vengono favoriti, oppure non vengono ostacolati. In questo caso è tutta una partita di centro-sinistra, una partita Pd ad altissimo livello, perché sotto Bersani c’è Penati: Penati sta a Bersani come Milanese sta a Tremonti, è il suo uomo di fiducia. A questo punto, ai magistrati viene la curiosità di andare a vedere quali sono, negli anni i rapporti, tra il Gruppo Gavio e Penati: quel gruppo Gavio che era già stato condannato, lo ripeto, nella prima Tangentopoli del 1992/1993 per avere finanziato illegalmente il Pci tramite Greganti. Quando trattano con Binasco, questi signori sanno che è un pregiudicato per avere finanziato il loro partito e continuano a trattarci.
Nel 2004 cosa fa l’ottimo Penati da presidente della Provincia di Milano? Compra le quote della Milano-Serravalle, facendo accollando alla collettività, alla Provincia di Milano, un bel pezzo di autostrada, quella collega Milano con Genova, e facendo spendere alla Provincia di Milano una barcata di soldi, che poi vanno ovviamente nelle tasche di Gavio e del gruppo Gavio-Binasco. E con quei soldi cosa fa il gruppo Gavio? Sostiene la scalata di Unipol alla Banca Nazionale del lavoro, quella di Consorte, quella dei “furbetti del quartierino”. In un bel libro di Gianni Barbacetto, che si intitola “Compagni che sbagliano”, sono pubblicate le intercettazioni nelle quali si dimostra che la Provincia di Milano, grazie a Penati, per comprarsi il 15% di azioni della Serravalle da Gavio, ha speso 238 milioni di euro pagando ad azione 8,9 euro, mentre un anno e mezzo prima Gavio le aveva pagate 2,9. Il che significa che Gavio realizza una plusvalenza di 176 milioni, Giovanni Consortea spese dei milanesi. E con quell’enorme tesoretto va a sostenere Consorte che di lì a poco dà la scalata alla Bnl.
La cosa più interessante ancora è che nelle telefonate salta fuori anche il nome di Bersani, perché il 28 giugno 2004 Binasco dice a Marcellino Gavio: il problema non è Penati, presidente della Provincia, ché con lui un accordo si trova; il vero problema è Albertini, cioè il sindaco di centro-destra. Due giorni dopo entra in scena Bersani. Binasco dice a “Il Giornale” che, con Bersani, Gavio ha da sempre un ottimo rapporto. Infatti il 30 giugno 2004 Bersani dice a Gavio che ha parlato con Penati; e dice a Gavio di cercare Penati per incontrarsi in modo riservato, «ora fermiamo tutto e vedrà che tra una decina di giorni, quando vi vedrete, troverete un modo».
Cinque giorni dopo, il 5 luglio 2004, Penati chiama Gavio e gli dice: buongiorno, mi ha dato il suo numero l’onorevole Bersani. E Gavio: sì, volevo fare due chiacchiere con lei quando è possibile. E Penati: guardi, non so, beviamoci un caffè. L’incontro avviene in modo riservato, come suggeriva Bersani, in un hotel di Roma – non in una sede istituzionale: non è che il presidente della Provincia di Milano riceve il costruttore Gavio nella sede della Provincia, davanti a testimoni, e poi emette un bel comunicato per dire: abbiamo ricevuto il commendator Gavio per parlare di questo e quest’altro. No, incontro riservato: su suggerimento di Bersani. E quello che succede dopo è naturalmente quell’affarone meraviglioso che riesce a concludere sulla Serravalle il gruppo privato Gavio a spese dei contribuenti milanesi, grazie alla scriteriata scelta di Penati di comprare quel 15% di Franco Pronzatoquote, strapagandole il triplo di quello che le aveva pagate un anno e mezzo prima il privato.
Allora voi capite che quando i rapporti tra politica e affari sono questi, che ci siano tangenti o che non ci siano tangenti, è già grave di per sé quello che è successo, che non c’è nessuna trasparenza. E quando queste opacità sono ai massimi livelli, bisogna interrogarsi su come vengono selezionate anche le classi dirigenti del centro-sinistra. Queste intercettazioni sono di 7 anni fa, sono note da almeno 5 anni; dopo che queste intercettazioni sono state rese note, Bersani è diventato segretario del Pd e Penati è diventato il capo della sua segreteria. E se non ci fosse l’indagine della Procura di Monza, molto probabilmente, visto il rapporto che c’è tra i due, se il centro-sinistra dovesse vincere le prossime elezioni tra due anni, Penati sarebbe diventato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel posto dove oggi Letta fa il braccio destro di Berlusconi.
E magari un altro fedelissimo di Bersani, Pronzato – arrestato per le tangenti sui voli – essendo lui consigliere di Bersani al ministero, responsabile trasporti aerei del Pd e consigliere di amministrazione dell’Enac in conflitto di interessi totale, visto il rapporto che ha con Bersani magari poteva diventare il ministro dei trasporti. Ora: uno è stato in galera, Pronzato, e sta patteggiando dopo esserne uscito; e l’altro è indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito. C’era bisogno dell’inchiesta per capire che Penati ha un rapporto malato con il mondo degli affari? Cosa ci voleva Bersani con Penatiper mandarlo via se non bastavano quelle intercettazioni con Gavio e quell’affare che ha impoverito la Provincia di Milano, un’istituzione, e ha arricchito un privato che poi finanziava il partito come il gruppo Gavio?
Questi signori si illudono di raccattare il potere quando Berlusconi se ne andrà, si illudono che gli caschi in mano Palazzo Chigi. Non hanno capito quello che abbiamo più volte ripetuto, e cioè che la “casta” è fatta così: non sono tutti uguali, ma sono complementari. E quando cade Berlusconi cadranno anche questi. Se prendono qualche volto è perché c’è ancora Berlusconi; quando non ci sarà più Berlusconi, uno sarà costretto a guardare in faccia loro, quindi non li voterà più. O si inventano dei leader nuovi, una classe dirigente nuova che abbia un altro tipo di rapporto con il mondo degli affari, oppure Berlusconi cadrà, cadranno anche loro e noi avremo un vuoto politico totale: dentro il quale potranno infilarsi i peggiori avventurieri, esattamente come accade nel 1994 quando ci si infilò il Cavaliere Silvio Berlusconi.
(Marco Travaglio, estratti dal video-messaggio “Pd, terremoto in diretta” editato il 25 luglio sul blog di Beppe Grillo).

Hanno di nuovo sparato ad altezza d'uomo per uccidere

senza parole...
Hanno di nuovo sparato ad altezza d'uomo per uccidere.

Nella valle che resiste un uomo che decide di stare al posto giusto, nel momento giusto, diventa l'uomo sbagliato nel momento sbagliato, nel luogo peggiore. Era giusto esserci, oggi, insieme a chi ha scelto di indossare il cappello degli alpini e passeggiare al di là delle reti di un cantiere che non c'è. Ed era giusto esserci, questa sera, per partecipare all'evento NO TAV = NO MAFIA organizzato per ricordare Borsellino, Falcone e tutte le vittime della mafia, inclusi gli uomini e le donne della scorta che per lottare contro la mafia hanno perso la vita. Al contrario di chi, oggi, ha ancora una volta attaccato cittadini disarmati, sparando NON per allontanarli per effetto dei gas lacrimogeni (peraltro tossici, al CS), ma con il preciso intento di COLPIRLI con i proiettili, troppo spesso sparati ad altezza uomo, puntando non tanto chi si avvicina al cancello, ma chi si avvicina con una fotocamera o una telecamera in mano. Già, perché di questo hanno paura più che di una pietra, di chi si "arma" di pericolose videocamere e poi è pronto a raccontare la verità, quella che non sentirete a nessun TG.
La verità è che non è stato possibile commemorare le vittime della mafia, non è stato possibile ricordare i nomi di Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo, Eddie Walter, uccisi per mano della mafia e schegge deviate di quello stato che con la mafia aveva scelto di venire a patti piuttosto che combatterla. A.L.,  Valsusino doc over 45, come tutti noi, voleva tenere viva la memoria di questi uomini e queste donne, ricordandoli nel luogo dove oggi un'intera popolazione resiste e lotta contro  l'ennesima grande opera inutile e devastante che vogliono imporre con la forza per favorire gli interessi di pochi, consapevoli e noncuranti dell'altissimo rischio di infiltrazioni di mafia e 'ndrangheta. 

Alle 19:45 stava preparando, insieme ai compagni di Resistenza Viola, il materiale per allestire la videoproiezione del film "IO RICORDO" davanti alla centrale, poiché era previsto di estendere l'invito anche alle forze dell'ordine, alle quali avremmo regalato alcune Agende Rosse.  Poi  gli spari, alcuni lacrimogeni arrivano nell'area tende ed è il caos. A.L. ha già vissuto quella scena, lo sgombero, il 3 luglio, le notti... è pronto, indossa la maschera antigas, gli occhialini e corre nella zona dove si stava recando per preparare l'evento, tiene in mano la macchina fotografica per documentare ed è pronto ad aiutare chi ne avesse bisogno. Raggiunge il ponte tra una marea di gente che corre, occhi gonfi, tosse, qualcuno sembra disorientato. C'è molto fumo, troppo per capire da dove stanno sparando, quasi una coltre di nebbia. A.L. tenta di filmare e, poco prima di essere colpito al volto riesce a filmare il lancio di un lacrimogeno che parte, presumibilmente, dai mezzi mobili, quelli che hanno montati dei piccoli "cannoni" usati soprattutto per lanciare lacrimogeni a lunghe distanze. Ma qui parliamo di 20, forse 30 metri. Con quei mezzi, infatti, stavano sparando NON SOLO nell'area tende, ma anche sui NO TAV che ancora resistevano nella zona del ponte, a pochi metri dal cancello dietro il quale erano fermi i blindati. UN SECONDO è il tempo impiegato dal colpo che dal blindato raggiunge il ponte. Poi il video s'interrompe. A.L. viene colpito in pieno volto pochi secondi dopo, la maschera distrutta, il colpo è talmente forte da farlo cadere a terra. Alcuni compagni lo aiutano a sollevarsi e allontanarsi, ha il volto coperto di sangue, è confuso, non riesce a parlare. Raggiunge l'area tende dove subito arrivano alcuni medici presenti alla manifestazione e gli prestano le prime cure, la situazione è grave, naso e mascella sono gonfi, perde molto sangue, ha lacerazioni interne, sotto il palato, viene portato in auto al pronto soccorso di Susa. 
Arrivato al pronto soccorso i medici, vista la gravità della situazione, lo sottopongono ad una TAC, che rivelerà fratture multiple a naso, mascella, lacerazioni profonde che vengono suturate immediatamente, ma la prognosi resta riservata, in attesa di trasferimento al reparto di chirurgia maxilo facciale di un ospedale di Torino, dove verrà sottoposto ad intervento chirurgico. 

Doveva essere una giornata colorata, pacifica, resistente ancora una volta all'insegna della non violenza che da sempre contraddistingue le azioni del movimento NO TAV. Ma la frangia violenta ha agito ancora, presumibilmente usando nel modo peggiore (sparando a distanza troppo ravvicinata) un'arma che avrebbe lo scopo di allontanare le persone per effetto dei GAS e non per la spinta dei PROIETTILI! In questo modo la frangia violenta è quella in divisa, l'ingiustizia è coperta ancora una volta da una legalità svuotata ormai di ogni significato, se non quello di garantire l'impunità a chi commette forse la peggiore delle violenze, perché di questo si tratta quando un esercito armato fino ai denti spara a cittadini disarmati. La macchina del fango ha continuato per giorni nell'azione preventiva di costruire quanto oggi è accaduto, parlando di "infiltrati" reduci dalle manifestazioni per il decimo anniversario del G8 di Genova, oltre ai black bloc dei quali si continua a parlare, ma che nessuno evidentemente è in grado di identificare e arrestare (sarà che sono sempre un'invenzione?), quindi dovevano agire, dovevano creare gli scontri e l'hanno fatto prima del solito. Perché le altre sere attendevano una certa ora, ma questa volta no: hanno gasato il campeggio, dove c'erano anche anziani, donne e bambini, tra le 19:30 e le 20:00, annullando così gli eventi previsti, perché nella valle che resiste non si può dire che NO TAV = NO MAFIA!

Dall'ospedale A.L. manda un messaggio a tutti: "non mollate, ragazzi. Non molliamo. Resistere! Resistere! Resistere!". Uno dei medici che lo ha accolto al pronto soccorso ha semplicemente detto, dopo averlo esaminato "Lo stato è morto, la democrazia è morta, ma te ne rendi conto solo quando vedi queste cose".  Queste cose noi non vogliamo più vederle. Abbiamo il diritto di conoscere le regole d'ingaggio, e di sapere chi ha ordinato di sparare sulle persone (altezza uomo) da quei blindati, con una potenza che ha rischiato di UCCIDERE perché avrebbe potuto finire così se A.L. fosse stato, come tanti, sprovvisto di maschera.  Sappiamo che gli uomini in divisa hanno filmato tutto, sta a loro identificare esecutori e mandanti, inclusi i responsabili politici. Perché ancora una volta è stata ridotto ad una questione di ordine pubblico un problema che ha a che fare con la democrazia, con il fallimento della politica, con uno stato assente. Ora è giusto che nelle forze dell'ordine sia avviata un'inchiesta ed è tempo che la politica torni ad affrontare la questione che da 22 anni non trova soluzione. E' tempo di riportare il tema sul piano politico, dove da sempre avrebbe dovuto essere affrontato democraticamente. La Valsusa è pronta, ma non chiedeteci di ascoltare, o di discutere "come" accettare quest'opera inutile e devastante, e non tentate di farcela digerire spostandola in Liguria perché il messaggio è sempre stato forte e chiaro: né qui, né altrove. 
E' arrivato il momento di fare allontanare le truppe e riaprire il dialogo. La Valsusa è pronta a spiegare le ragioni del NO, come lo è gran parte degli italiani. 






martedì 26 luglio 2011

movimenti e partiti...

visto il clima estivo, un articolo di un cantante (anche se non è proprio uno qualunque...) ci sta!
Una domanda che credo pertinente, rispetto al discorso dei movimenti e dei partiti: del movimento per la pace, in questi giorni in cui si parla di rifinanziamento alle missioni all'estero, non s'è più vista traccia, per cui, sembrerebbe che in questo caso, i partiti abbiano avuto la meglio sul movimento (il PD è d'accordo con il PDL nel continuare a rifinanziare una guerra che dura oramai da 10 anni e sembra che solo l'IDV voterà contro, perchè la Lega ha fatto 'a muina...) ma qualcuno di quelli che sostenevano che la guerra in Afghanistan era una giusta "missione di pace" e che gli interessi per il gasodotto non c'entravano nulla, mi spega perchè anche adesso, che l'Italia è arrivata al 41esimo morto in guerra (6 ore di combattimento mi sembra difficile definirle missione di pace!) e che Obama ha dichiarato che Osama è morto, dobbiamo continuare a stare lì?

venerdì 22 luglio 2011

D'Alema tecnicamente fascista

ecco uno che da tecnicamente del suo agli altri!!!!........

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/22/pd-il-giorno-dei-sospetti-e-dalema-attacca-voi-del-fatto-siete-tecnicamente-fascisti/147044/



Pd, il giorno dei sospetti. E D’Alema attacca: “Voi del Fatto siete tecnicamente fascisti”
Caso Tedesco, Parisi accusa: patto di Latorre con il Pdl. Quando gli si ricorda che lui ha scritto una lettera, pochi giorni fa, a questo giornale, lui risponde: “Era mio dovere rispondere agli avvisi di garanzia di Marco Travaglio. Ma il fatto che io risponda al fascismo giornalistico non mi impedisce di querelare”
Massimo D’Alema, nel Transatlantico di Montecitorio, solo poco prima del voto sull’onorevole Papa. Massimo D’Alema, nel Transatlantico di Montecitorio, palpebre spalancate, tono indignato, mi guarda fisso e dice: “Voi de Il Fatto siete tecnicamente fascisti…”. Che cosa succede perché il Lìder maximo sia così indispettito? Mentre gli chiedo perché sia così arrabbiato fa un gesto plateale. Si toglie gli occhiali da presbite, li infila nel taschino con un gesto ampio del braccio, mi dice con tono di sfida: “Sa, quando ero ragazzo, di solito, dopo che facevo questo gesto, l’interlocutore che si trovava al posto dove lei è ora, poco dopo si ritrovava con il naso sanguinante”.

Meraviglioso D’Alema quando ti parla così e non ti rendi conto se ci creda sul serio, o se stia giocando alla parodia del bullo, così per inscenare una prova di forza con l’interlocutore: “Lei forse non sa, ma vorrei ricordarglielo che ho fatto a botte tante volte. Ma sono più quelle in cui le ho date che quelle in cui le ho prese”. I bei giorni degli scontri al “Bussola”, correva l’anno 1968, quando il giovane leader della Fgci racconta di aver tirato una molotov. Il D’Alema di oggi – invece – sorride all’imbeccata e distende il palmo, tenendolo parallelo al ventre: “Il mio fisico, come può vedere, è ancora perfettamente allenato”. La mente corre a un memorabile pezzo di Concita De Gregorio in cui D’Alema si vantava di scolpire i suoi deltoidi con un meticoloso lavoro in palestra: “Vede, io non parlo con chi si permette di mettere in dubbio la mia moralità. Non parlo con chi conduce una campagna infame contro il Pd e contro la mia persona. Non parlo con la stampa tecnicamente fascista: non parlo, quindi, con Il Giornale, con Libero, con Panorama e con il Fatto. Ovvero con i quotidiani che stanno cercando di infangare me e il mio partito”. Provi a ricordargli, a D’Alema che ha mandato una lettera a questo giornale tecnicamente fascista: “Sì, è vero. Era mio dovere rispondere agli avvisi di garanzia di Marco Travaglio. Ma il fatto che io risponda al fascismo giornalistico non mi impedisce di querelare”. Fine del prologo e domanda inevitabile. Ma perché Massimo D’Alema era così teso e arrabbiato?

Epilogo. E venne il giorno del sospetto, dentro il Pd. Per qualcuno anche il giorno dell’ira. Sembrava che si celebrasse una vittoria, solo poche ore prima, nel giardinetto di Montecitorio, con Pier Luigi Bersani che esternava felice subito dopo il sì all’arresto per Papa: “È finito il vincolo di maggioranza!”. Ma solo dopo pochi minuti la notizia del rifiuto all’arresto per il senatore Tedesco infrangeva l’idillio e squadernava il vaso di Pandora. Tedesco è stato aiutato, oltre che dalla Lega (anche) da qualche compagno di partito? L’errore nel voto denunciato in aula dal senatore Nicola Latorre era davvero un errore tecnico, come spiegava a caldo l’interessato? La notizia di un accordo fra lo stesso Latorre e il vice capogruppo del Pdl Gaetano Quagliariello per anticipare il voto era il segnale rivelatore di un accordo trasversale? Tutte queste domande, ieri, hanno preso a turbinare con una furia devastante dopo le accuse lanciate a caldo da Arturo Parisi: “Mi auguro che Latorre possa dare una spiegazione che dimostri che non c’è stato nessun patto”. Latorre è pugliese, amico di Tedesco, uomo cardine della corrente dalemiana. Il perfetto identikit di un solito sospetto, in un giorno così. “Il suo comportamento è come minimo dubbio”, attacca ancora Parisi.

Ee è così che l’idillio si muta in un incubo. La settimana scorsa, durante un dibattito alla festa dell’Unità di Forlì, Pier Luigi Bersani risponde a una domanda del giornalista de L’espresso Marco Damilano. “Berlinguer diceva che la questione morale, tolto il problema giudiziario era l’occupazione dello Stato da parte dei partiti. Non è stato un errore avere un responsabile trasporti che siedeva anche nel consiglio di amministrazione dell’Enac, decidendo persino delle rotte?”. Sorprendentemente, prima ancora di sentire la risposta, la platea esplode in un caloroso applauso di consenso, per una domanda così critica. Bersani, come spesso sa fare, non tergiversa: “Sì. Forse è stato un errore”. Ieri i nomi di quel responsabile (bersaniano) Pronzato, quello del senatore Tedesco (ex socialista emigrato nel Pd, uomo vicinissimo a D’Alema) e quello di Filippo Penati (braccio destro e caposegreteria di Bersani fino a pochi mesi fa) turbinavano nella giornata del sospetto creando problemi politici. Ed è di questo che il segretario del Pd parla quando dice: “Noi non dobbiamo fare nessun mea culpa. Siamo stati lineari e coerenti”. Ma dietro questa professione di onestà intellettuale, c’è il dubbio.

Anticipare il voto su Tedesco, dopo mesi in cui la pratica languiva, poteva testimoniare sia una volontà di chiarezza, sia quello che Il Giornale ha perfidamente definito “lo scambio di ostaggi”. Non sapremo mai se la spaccatura della Lega ha impedito un baratto, o se un altro gioco di prestigio del Carroccio ha messo nei guai il Pd senza colpe. Nei giorni dell’anniversario del discorso di Berlinguer sulla questione morale, indagini e arresti dovrebbero richiedere risposte meno irate (D’Alema) o evasive (Bersani). Tedesco non si dimette, Penati si limita all’autosospensione dalla presidenza del consiglio regionale e i militanti assistono sconcertati alla distanza che separa le invettive di Parisi e le professioni di innocenza di Latorre.

Da Il Fatto Quotidiano del 22 luglio 2011

giovedì 21 luglio 2011